Lutto Stefano Porcù - AGIT

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Martedì sera ha cessato di vivere, a 96 anni, nella sua casa di Arenzano, vicino a Genova, Stefano Porcù, l’ultimo dei fondatori dell’Agit ancora in vita. Aveva voluto essere presente alle più recenti edizioni dei nostri campionati prima della pandemia, a Castiglione della Pescaia e Alassio, per dare un segnale, per spronarci a continuare quella bella storia della nostra Associazione, inventata da lui e da Giancarlo Zuccaro, durante le Manifestazioni Colombiane del 1961 a Genova: da lui, ex comandante partigiano, e Giancarlo, che aveva allestito da solo una formazione di carri armati dopo l’8 settembre e la portò a Salò affidandola a un Mussolini interdetto perché gli consegnò solo la tessera numero 2 (Zuccaro gli disse che la numero 1 l’aveva tenuta per sè). Ecco, questi straordinari personaggi non ci sono più e tocca a noi calcare le loro orme.
 L’ultimo saluto a Stefano Porcù domattina alle 11 alla sede dell’Anpi di Arenzano

Il primo ricordo che ho di Stefano è di quando avevo poco più di dieci anni: lui e mio padre Luigi, sulla spiaggia dei bagni San Nazaro a Genova: loro a parlare dell’Unità, il giornale dove lavoravano, Stefano cronista di nera, mio padre tipografo, mentre io stavo attento a che Mauro (sì, proprio il nostro ex presidente) non si facesse male con le pietre e la sabbia. E la domenica, con la moglie Mina e mia mamma Paola a ballare nella sala danze di via Maragliano: un ballo dopo l’altro per ore, tutti e quattro trascinati dalla musica per dimenticare le tragiche esperienze della guerra. Questo racconta quanto siano state legate le nostre famiglie, fin da allora, anche se poi per parecchi anni, ci saremmo incontrati più raramente. Fino a quando io, cronista di nera a mia volta al Secolo XIX, impossibilitato a continuare a giocare al calcio, fui invogliato a prendere in mano la racchetta da tennis. E fu così che ritrovai Stefano e conobbi l’Agit, quella scombiccherata compagnia che già da qualche anno vagabondava per l’Italia con la racchetta da tennis nella borsa. Nella quale c’era anche fior fior di giocatori: al torneo di Riva del Garda, nel 1976, il tabellone libero era composto da 64 giocatori, con ben dodici primo gruppo.
In quelle occasioni però non c’era solo tennis. Quel burlone del torinese Papi Fontana, grande animatore di quelle settimane, viaggiava con un baule di costumi teatrali al seguito. Organizzava così piccole sfilate per le città che ci ospitavano, dove proprio Porcù, per evidente contrappasso, prendeva le vesti di un benedicente cardinale.
L’altra faccia di Stefano era quella rigorosa del giornalista appassionato di cronaca nera e giudiziaria, lanciando una tradizione familiare: giornalista il figlio Mauro, ormai in pensione e in attività il nipote, inviato della Rai. Una professionalità che lo ha portato per anni a rivestire anche la carica di Presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Liguria, dei quali ultimamente era diventato il decano. Dopo tanti anni, quindi, l’ho ritrovato come “collega-maestro”, e proprio in questa veste mi ha convinto a prendere in mano la racchetta da tennis. Con lui si giocava quasi tutte le mattine sul campo centrale del Centro tecnico di Valletta Cambiaso, a Genova, che la Federtennis riservava ai giornalisti: aveva un dritto secco, da fondocampo, soprattutto incrociato, molto efficace in doppio. Stava naturalmente a destra, anche se ovviamente preferiva dire “sul diritto”. E così è stato finchè ha avuto la forza di scendere in campo.
Ma lo Stefano tennista è nato solo negli anni della piena maturità, mentre prima aveva affrontato ben altri avversari. Era figlio di Giovanni Porcù, uno dei fondatori del Pci nel 1921, arrestato e deportato durante il fascismo (ma tornò e superò i cent'anni) e Vincenzina Musso, "Tamara", vicecomandante partigiano della brigata femminile Alice Noli. Lui, a sua volta, a diciotto anni era entrato a far parte delle formazioni partigiane con il soprannome di “Nino”. Ma la cosa incredibile è che alla fine della guerra nessuno dei componenti della famiglia sapeva che gli altri facevano parte della Resistenza. Un periodo che ha segnato tutta la sua vita successiva, tanto che per anni è andato nelle scuole a parlare del libro scritto sulla sua esperienza: “Nonno, chi erano i partigiani?”, che si chiude con alcuni versi del comandante partigiano Giovanni Serbandini “Bini”:
“questo abbiamo fatto
e questo resterà
luminoso come il sole
sulle foglie del monte”
Marco Francalanci
Il sito di Villa Migone, a Genova, storica sede della resa dell'esercito tedesco ai partigiani, unico caso in Europa, ricorda con questo articolo Stefano Porcù, fondatore dell'Agit recentemente scomparso
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